è proprio vero: vicino alla morte ciò che ci fa più male non è il pensiero della morte stessa, ma la paura che tutto quello che vedono i nostri occhi possa toccarci da vicino, possa arrivare a noi.
la prima volta che ho sentito questa teoria mi sono indignata. a morire era stato un mio amico di soli 17 anni, la morte mi era andata vicino, soffrivo, punto.
poi la volta di mio nonno. anche qui troppo vicino, la cosa mi toccava personalmente.
ma adesso è diverso. a morire è stato un ragazzo della mia stessa età, che conoscevo poco, con cui poco avevo avuto a che fare. mentre assistevo al macabro rito della morte (funerale cattolico, con un prete che dice un sacco di fesserie (come dio può avere un progetto nel fare morire un ragazzo così giovane?!), mentre osservavo distante la disperazione di amici e parenti, della fidanzata, dei genitori, ero triste sì, per quel ragazzo, per quella vita spezzata. ma, soprattutto, ero triste perché pensavo che quello che stavano vedendo i miei occhi è qualcosa che potrebbe capitare anche a me.
cosa succederebbe se fossi io la fidanzata, la madre, l’amica, se fossi io ad essere rinchiusa in quella bara? se la signora con la falce avesse preso me o i miei cari? quale la mia reazione? sarei stata lì ad urlare il nome del mio ragazzo come faceva lei? avrei pensato che la mia vita fosse finita? sarebbe veramente finita?
domande per fortuna senza risposta, che lasciano solo malinconia.