per quelli “giovani” come me, che della guerra civile nella ex-jugoslavia ricordano ben poco per ovvi limiti di età. ieri in serbia è stato arrestato Radovan Karadzic, uno dei boia più tremendi di quella orribile guerra. ma non c’è comunque da festeggiare, perché il solo ricordo dell’orrore dovrebbe impedircelo.
il perché lo spiega bene adriano sofri sul foglio di oggi. io l’ho recuperato dal blog di suo figlio, ma voi potete tranquillamente leggerlo qui sotto:
Quando ho saputo della cattura di Karadzic era già notte, l’altroieri. Ho esitato a chiamare i miei amici di Sarajevo, è gente che lavora, che ha famiglia, va a dormire presto. Poi ci ho ripensato. Infatti a Sarajevo non dormiva nessuno. “Festeggiavano”, dicono i telegiornali, e mostrano immagini di auto in corteo e ragazzi che saltano nelle strade, come per una vittoria calcistica. Non saprei usare quel verbo, “festeggiare”, e non darei troppo peso a quelle immagini. Proverei a figurarmi altre persone, o quelle stesse al ritorno alle loro case, costrette, dopo il chiasso, a ricordare le mille e una notti trascorse nel lutto nel freddo e nella disperazione, rotte dal fragore continuo delle bombe, strette nel coprifuoco e nel buio. Non darei il nome di festa al sentimento dei cittadini di Sarajevo, non li chiamerei felici o contenti o esultanti. Li immagino ritornati, ciascuno per proprio conto, o abbracciando mogli e mariti, genitori e figli, alle notti nere di tanti anni fa. Con questo sentimento ho accolto anch’io l’arresto, scandalosamente tardivo, di quell’uomo mediocre e ridicolo, con le sue miserabili poesie e il suo certificato di enuresi notturna, la sua cresta vanesia e il suo eloquio da bordello, promosso dalle circostanze e dalla complicità dei potenti del mondo al rango di spaventoso boia. Quello che hanno finalmente arrestato, su un autobus, come si dice, o chissà in quale altro angolo qualunque, è l’uomo ridicolo e mediocre. Le persone di Sarajevo –e di Srebrenica, e della Bosnia martoriata- si sono ricordate, come ogni notte, degli anni in cui il loro ridicolo concittadino, salito dalla valle alle belle montagne che la circondano, era diventato l’impresario di un assedio e una strage senza fine, il ricattatore ricattato dell’altro improvvisato dittatore nazionalcomunista di Belgrado, l’interlocutore in doppiopetto e forfora dei capi di Stato e dei signori delle Nazioni Unite a Ginevra. Dite pure che abbiano “festeggiato”, i sarajevesi e le donne di Srebrenica, purché la festa sia fatta di amarezza e pianto e schifo e nostalgia della morte di quelli che morirono. Così festeggio anch’io la cattura di quel miserabile, e mi auguro che i potenti di turno non cedano di un millimetro prima che Ratko Mladic, il boia colossale, venga preso anche lui, nel cesso di un’osteria, o nell’ambulatorio di un odontotecnico abusivo. Giornata storica, hanno detto ieri. Gente pomposa, che dorme bene. Non hanno ancora pensato abbastanza alla storia, questi dilettanti di maiuscole. I sarajevesi, le donne di Srebrenica, sanno che cos’è la storia, di notte, tardi, prima di riuscire a prendere sonno, e sognare, forse.